Adieu

5 Marzo 2009 di pussyveronique85

«Un uomo che chiami tutto con il proprio nome, difficilmente riuscirebbe a camminare per strada senza essere abbattuto in quanto nemico della comunità.»

Lord Halifax

«Non so chi sia questo Zorro.»

Don Diego Vega

P. s.: il progetto “pussyveronique85″ continuerà, grazie ad altri autori, presso un altro indirizzo che sarà presto reso disponibile e che erediterà il materiale che sarà ritenuto valido.

Il bianco è nero

4 Gennaio 2009 di pussyveronique85

Ci sono tensioni a casa, a Milano. L’altro giorno ho dovuto pestare a sangue il mio coinquilino. L’ho colto di sorpresa, mentre stava dormendo. Sono entrato nella sua stanza a notte fonda. Ho usato una spranga. Ho colpito prima le braccia, con tutta la forza che avevo in corpo. Dovevate vedere la gioiosa deformità dell’espressione del suo viso, al suono delicato del crack dell’avambraccio. Allora ho colpito ancora, più forte. Il sangue ha iniziato a colare solo qualche momento dopo, contemporaneamente allo sbattere dell’acciaio sul suo setto nasale. Mi è dispiaciuto. Non volevo colpirlo in faccia, ma d’altra parte è stato lui a girarsi. Ho fatto una pausa: ansimavo. Lui si è trascinato giù dal letto. Gemeva. Con un conato, ha rigettato sugo rosso insieme a qualche spaghetto. L’ho osservato ancora. Inerme, ma vivo. Ho dato l’ultimo colpo, mirando al femore destro.

Come? Guardate che se l’era meritata. Erano due anni che andava avanti la stessa storia. Spintoni, insulti. Schiaffi, quando mi avvicinavo troppo. Incredibile cosa non avrebbe fatto per liberarsi dalla stanza in cui, due anni prima, l’avevo incatenato. Però che nerbo, eh? Ancora vivo dopo due anni senza cibo, medicine, acqua, e ancora con così tanta energia in corpo per lottare. Il ragazzo aveva scavato dei tunnel tra la stanza e l’appartamento del vicino, dai quali arrivava un briciolo dell’indispensabile. Ho ovviamente chiuso il foro, prima di lasciare il suo bugigattolo e tornare in salotto.

Ehi! Ho dovuto rinchiuderlo. Era l’unica soluzione. Non potevo stare a guardare. Aveva cambiato la vecchia madia, sostituendola con quella che gli avevo regalato io diversi anni prima. Aveva cambiato un mobile in camera sua, senza neanche consultarmi! Eppure sapeva che la madia che gli avevo regalato non mi piaceva affatto. Gliel’avevo detto. Gliel’avevo ridetto. Ma lui se n’è fregato. Se l’è cercata. E così l’ho chiuso dentro camera sua, in attesa di un suo ravvedimento.

Avrei potuto lasciarlo lì a morire di fame, ma i vicini avevano iniziato a protestare. E’ ingiusto, dicevano. Anche in strada, nel quartiere, la gente aveva iniziato a mormorare. La situazione era instabile e, soprattutto, non si decideva a cambiare il cazzo di mobile. Ed è così che ho comperato la spranga.

Per alcuni giorni, dopo il pestaggio, lo ammetto, ho avuto qualche senso di colpa. Insomma, io e lui in fondo siamo sempre coinquilini. Per superare il rimorso mi mancava – come spiegare? – un significante sintetico, utilizzabile magari anche in un’eventuale futuro processo; un termine, una locuzione, che descrivesse quello che era avvenuto, troncando il mio temporaneo smarrimento etico.

La soluzione al mio cercare l’ho mutuata dall’ebraico moderno, e consta di due parole: “reazione proporzionata“.

gaza-31-12-2008